Dibattito Scienza: le risposte (quelle che sono arrivate)

Le risposte dei leader politici alle 10 domande di dibattito scienza sono finalmente online!

Le trovate sul sito di Dibattito Scienza in una comodissima visualizzazione che permette di leggere affiancate le risposte di due candidati alla stessa domanda, per rendere più agevole un confronto diretto.

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Segnalo sull’argomento una amara riflessione del direttore di Le Scienze, Marco Cattaneo, in relazione anche alle recenti notizie sull’allarmismo in Garfagnana per il terremoto e al calo degli iscritti all’università italiana:

“Insomma, una situazione che agli occhi di qualsiasi persona di buon senso che si candidi alla guida del paese apparirebbe disperata. Badate, di questo passo tra vent’anni non avremo più ingegneri, architetti, biologi, medici, docenti. […] Il che significa che le risposte a quelle domande sono di fondamentale importanza per delineare l’Italia che verrà, l’Italia che lasceremo alle generazioni future. […] Perché chiunque abbia viaggiato in Europa sa che lo spread vero è lì, che lì c’è la solidità dell’economia, che lì c’è l’investimento nel futuro. Per questo mi aspettavo risposte. N’importe quoi, come dicono i francesi. Risposte purchessia. Perché alla fine queste sono le cose più terribilmente concrete che i cittadini possano chiedere alla politica. Tre leader politici hanno risposto, Bersani, Giannino e Ingroia. […] Tre non hanno risposto, Berlusconi, Monti, Grillo. Qualcuno si è scusato perché i tempi erano troppo stretti, ma non rispondere in quindici giorni a domande del genere significa non aver previsto di dare risposte concrete a quelle esigenze. Qualcuno forse non ci ha ritenuto degni di ascolto, troppo poca audience. Qualcuno ci ha detto che le risposte sono già nel programma del movimento, ma non le abbiamo trovate. O meglio, abbiamo trovato proclami, che non fa rima con progetti. In particolare, è singolare che l’uomo politico più influente del paese negli ultimi vent’anni, durante dieci dei quali è stato presidente del Consiglio, abbia respinto le domande al mittente per la seconda volta. La prima era stata nel 2006, quando pubblicammo – allora sul cartaceo – le sole risposte di Romano Prodi. Tra il 2006 e il 2013, dunque, Berlusconi ha dato più risposte – almeno telefoniche – a Marysthell Polanco e Gianpaolo Tarantini che a noi. Desolati, ne prendiamo atto.”

Concludo con le risposte al quesito che più mi interessa (personalmente e in prospettiva per il nostro paese:

Investimenti, meritocrazia, trasparenza: quali provvedimenti intende adottare per il rilancio di università e ricerca pubblica?

Bersani Giannino Ingroia

Investimenti – Una celebre frase attribuita a Derek Bok, ex presidente di Harvard, recita: “Pensate che l’istruzione sia costosa? Provate l’ignoranza”. In Italia abbiamo provato l’ignoranza, e non è andata bene. Come mostra il Rapporto Giarda, negli ultimi vent’anni istruzione e ricerca sono le uniche voci del bilancio pubblico scese drasticamente (-5,4%), in termini di composizione, cui corrisponde un analogo aumento della spesa per sanità e protezione sociale. Nell’ultima legislatura questa tendenza si è accentuata: si è perseguito l’obiettivo di indebolire il sistema dell’istruzione superiore e della ricerca, ritenuto – a torto, dati alla mano – troppo dispendioso, troppo diffuso territorialmente e con una limitata capacità di fornire il capitale umano e le attività di ricerca funzionali al sistema produttivo. Quando un Paese non “crede” nel suo sistema di università e ricerca e non sa coinvolgere tutti gli attori del sistema nei processi di riforma necessari, stimolandone la responsabilità e l’autonomia (che sono l’opposto della centralizzazione), intraprende una strada a senso unico di impoverimento sociale ed economico. Come invertire la tendenza? In attesa di conoscere nel dettaglio i dati della finanza pubblica, pensiamo sia possibile e necessario riattivare gli investimenti, tenendo conto di due fattori: i risparmi sull’interesse del debito, la prosecuzione della qualificazione delle spese delle amministrazioni (spending review) e i progressivi risparmi derivanti dal controllo della spesa previdenziale, possibile grazie alle recenti riforme, e dalla ridefinizione degli investimenti nel settore della difesa. Niente favole, in ogni caso: sono favole le credenze che un Paese possa crescere senza investire in istruzione e ricerca perché “non serve mica la laurea per fare le scarpe” (Silvio Berlusconi), e sono favole i programmi che propongono interventi a costo zero in grado di risolvere per magia tutti i problemi dell’università, poggiando sull’argomento “non si può gettare acqua in un secchio bucato”.

Meritocrazia – Il termine “meritocrazia” (che, non dimentichiamolo mai, dobbiamo all’intelligente provocazione del pensatore laburista Michael Young) è stato sovente manipolato per farne l’arma contundente con cui abbattere l’università pubblica. Il “merito” per noi è la necessità di “entrare nel merito” dei problemi e di non procedere per generalizzazioni astratte. Nel rivolgersi ai “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”, la Costituzione delinea uno scenario in cui l’istruzione non si trasmette per censo, favorendo l’ereditarietà di professioni e posizioni sociali. Oggi solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, mentre sono il 40% in Gran Bretagna, il 35% in Francia, il 33% in Spagna. L’Italia coniuga le tasse più alte nel sistema continentale (terza in Europa dopo UK e Paesi Bassi) e il peggior sistema di diritto allo studio. Ottengono borse solo il 7%, con 258 milioni di euro di fondi pubblici, contro il 25,6% della Francia (1,6 miliardi), il 30% della Germania (2 miliardi) e il 18% della Spagna (943 milioni). Inoltre, non possiamo parlare in modo credibile di “merito” finché perdura lo scandalo degli idonei senza borsa, soprattutto al Sud. Entrare nel merito significa agire per risolvere questi problemi. È essenziale cancellare l’inutile “fondo per il merito” tremontiano per spostare le risorse sul diritto allo studio. Proponiamo di realizzare un Programma nazionale per il merito e il diritto allo studio, finanziato con 500 milioni (per i primi anni tratti in larga parte dal Fondo ordinario per l’università, riportato alla sua dotazione precedente agli ultimi tagli), che affianchi gli interventi regionali. Fatti salvi i criteri di merito, il mantenimento dell’assistenza è legato alla regolarità negli studi. È poi fondamentale estendere il sistema di sostegno al diritto allo studio anche agli alloggi (collegi, case degli studenti, affitti calmierati).

Trasparenza – In un sistema vessato dall’ipernormativismo centralista, trasparenza significa rendere aperta, leggibile e semplice l’esperienza dei suoi attori. Sul “diritto alla semplicità” contro le inefficienze della burocrazia, un esempio concreto è l’esperienza “kafkiana” dei nostri ricercatori nel rapporto con il MIUR e il MiSE per i progetti di ricerca. Abbiamo proposto, nel breve termine, di adottare gli strumenti di buon senso che caratterizzano il Settimo Programma Quadro dell’UE: nell’esperienza UE, i ricercatori si rivolgono a un unico portale, aggiornato e condiviso, per tutta la documentazione utile, a un unico portale per tutte le informazioni e gli strumenti utili, e possono presentare la proposta on-line, senza bisogno di firme (al contrario, i recenti bandi 2012 MIUR sui Cluster Tecnologici e sulle Smart Cities and Communities contenevano informazioni troppo incomplete, quindi le FAQ, qui il primo bando, qui il secondo, hanno raccolto centinaia di domande e sono diventate parte integrante del bando). Durante la fase di valutazione della proposta, col metodo UE si dà maggiore importanza al contenuto tecnico-scientifico, alla proposta di implementazione e all’impatto atteso rispetto agli aspetti burocratici. I ricercatori ricevono l’anticipo di buona parte del finanziamento da subito e senza richiedere fideiussioni: questa fiducia è fondamentale per dedicarsi da subito all’attività di ricerca. È quindi essenziale evitare un approccio meramente “ragionieristico” o “burocratico” e non improntato all’innovazione e, di conseguenza, cambiare profondamente l’approccio delle strutture ministeriali. Per l’elaborazione di modelli ancora più efficaci di quelli del Settimo Programma Quadro, è inoltre necessaria una migliore rappresentanza dell’Italia nei gruppi di lavoro dell’Unione Europea.

Creare condizioni più favorevoli alla produzione e diffusione della conoscenza è uno degli obiettivi strategici di Fare per Fermare il declino. Questo obiettivo deve muovere anzitutto dalla constatazione che, quando si parla di università e ricerca, è necessario superare il dualismo tra pubblico e privato; bisogna trovare strumenti tali da incentivare la ricerca di qualità, dovunque essa sia possibile e a prescindere dalla “carta d’identità” del soggetto che ne è protagonista.

In questo senso, riteniamo che in prospettiva sia necessario aumentare la dotazione finanziaria per l’università – riorganizzando meglio gli attuali finanziamenti, incrementandone l’entità e mobilitando risorse private attraverso forme di detassazione – ma che prima ancora si debba intervenire sull’efficienza del sistema, a partire dalla scuola dell’obbligo.

Per quanto riguarda l’entità degli investimenti, sul nostro sito dettagliamo una riorganizzazione e riduzione della spesa pubblica (in settori diversi dall’istruzione) che può mettere a disposizione risorse. Per quanto riguarda la scuola, premiare il merito e introdurre meccanismi di responsabilizzazione dei singoli istituti e docenti è la chiave di volta di qualunque riforma.

Pure l’università soffre di pesanti inefficienze, legate allo stesso tipo di problema: manca un meccanismo di selezione e valorizzazione. La proliferazione delle sedi e dei corsi di laurea e la mancanza di mobilità dei docenti universitari finiscono per danneggiare la qualità della didattica e della ricerca, a scapito dello studente. Superare questo frazionamento è un primo passo anche per smontare quella logica – aggravata dal valore legale del titolo di studio – per cui l’obiettivo è “la laurea” per tutti, piuttosto che una formazione che abbia una prospettiva lavorativa. Il titolo di laurea deve invece tornare a rappresentare un bagaglio di conoscenze che possano aiutare nel cammino lavorativo, seppur in maniera non automatica.

La capacità di attirare studenti e produrre ricerca (pubblicazioni, brevetti, ecc.), insieme all’efficacia nell’attrarre finanziamenti nazionali ed europei, sono alcuni dei criteri per la valorizzazione delle eccellenze degli istituti, per esempio attraverso il finanziamento o la penalizzazione (fino alla chiusura) di corsi di laurea e sedi poco produttivi. Un discorso analogo andrebbe fatto per quanto riguarda l’accreditamento di università private e telematiche (specie per quanto concerne i finanziamenti pubblici): esse devono essere assoggettate a procedure più stringenti e trasparenti, sia per facilitare l’accesso al sistema di chi ha le carte in regola (per esempio documentando attività di ricerca e/o brevettuale), sia per evitare la nascita di veri e propri “diplomifici”.

Allo scopo di favorire l’attrazione di finanziamenti presso università e istituti di ricerca proponiamo di incentivare quel “catalytic funding” grazie al quale le risorse assegnate da MIUR e atenei sono intese quali semi iniziali per sviluppare ricerca su temi adatti ad attrarre finanziamenti europei e internazionali. A questo proposito la strategia di utilizzare i PRIN per facilitare la partecipazione al programma quadro europeo Horizon 2020, va considerata nel complesso positiva. Tuttavia questi bandi andrebbero finanziati in modo più consistente e si dovrebbe aumentare la componenente di proposte provenienti dai ricercatori singoli, rispetto alle attuali cordate.

Gli stessi docenti devono poter usufruire di una struttura di stipendi che riconosca la produttività individuale, la pluralità delle fonti di finanziamento, la capacità di attrarre risorse e progetti di ricerca, e non la mera anzianità. Proponiamo, per esempio, di diffondere all’esterno tutte le informazioni disponibili sul lavoro dei docenti (in particolare le produzioni scientifiche) e di integrarle a una valutazione della didattica basata su una combinazione di indicatori oggettivi (p.es. il successo degli studenti nel trovare lavoro dopo la laurea, con opportune ponderazioni per tener conto delle possibilità offerte dalle singole regioni) e valutazione degli studenti. La formazione post-lauream degli studenti e, in particolare, il Dottorato di Ricerca vanno opportunamente valorizzati e modernizzati. Una seria politica è necessaria per modificare le eccessive rigidità riguardanti l’entrata dei dottorandi, anche in funzione della defiscalizzazione della ricerca effettuata in collaborazione con aziende pubbliche e private, e una intensificazione delle valutazioni ex post dell’attività di ricerca.

Più in generale, le difficoltà del paese nel creare ricerca (e nel valorizzare quella che fa) derivano da una serie di problemi che sono comuni a molti altri settori. In questo senso riteniamo che sia necessario raggiungere, a livello paese, quei requisiti minimi che ci rendano paragonabili agli altri. Per esempio, nel nostro programma ci prefiggiamo di riformare la giustizia per eliminare quell’assenza di “certezza del diritto” che è un incredibile disincentivo per le imprese a investire da noi: e senza investimenti è difficile creare quel cuscinetto di risorse, anche private, necessarie a finanziare una produttiva attività di ricerca.

Va prima di tutto affermato il valore universale della scuola, dell’università e della ricerca pubbliche. Vogliamo garantire a tutte e tutti l’accesso ai saperi, perché solo così è possibile essere cittadine e cittadini liberi e consapevoli, recuperando il valore dell’articolo 3 della Costituzione, rendendo centrali formazione e ricerca. Gli investimenti nella ricerca pura e in quella applicata sono fondamentali in quanto costituiscono il volano per lo sviluppo economico.

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